lunedì 11 febbraio 2013

REAL...TIME **

Il discorso sulla lancia spezzata in favore della realtà non è terminato. A dire il vero non amo difenderla più di tanto, ma ho dovuto fare un mea culpa negli ultimi tempi. 
Durante questi lavori in corso mi sono resa conto che avere questa passione per "le storie catapulta" non è del tutto una colpa imputabile al mio libero arbitrio. 
Come scrivevo giorni fa, talvolta si nasce equipaggiati di tutto il materiale necessario a diventare signorine fantasia. E' come se nel mio dna ci fosse una strada tracciata, e seguirla è stata un po' la scelta più ovvia. Sono nata con la passione per questo genere di faccende, e se mi emoziono dinanzi a certe cose non è che posso fingere, santa pazienza. 
Quello che sto capendo ultimamente è che ho mal gestito i confini tra fantasia e realtà. Ho varcato la soglia della prima a sfavore della seconda, pensando che non ci fosse nulla di male nel guardare il mondo con occhi sognanti. Tutt'altro, la ritenevo unicamente una dote. Il che è senz'altro vero, e ci credo fermamente. Il mondo è così meraviglioso e la vita così ricca di stupefacente imprevedibilità, che val la pena godere a pieni polmoni di quest'aria.
Ma bisogna tener presente che non tutto è sempre edulcorato, o comunque solo fantasia. 
A tal proposito mi tocca citare un evento cruciale, che farà impallidire la fine di Harry Potter e il tragico impatto con la chiusura della saga.
Quando aspettavo mio figlio passavo ore a sognare quanto sarebbe stato bello da quel momento in poi condividere con lui le mie passioni: la lettura e la pittura, tanto per citarne alcune. 
O a quanto mi sarebbe dispiaciuto vederlo crescere in fretta. Avrei preferito godere più tempo di quel neonato piccino picciò, pensando che quello fosse il periodo di vita più tenero di un bambino. I bagnetti, i pannolini, le passeggiate notturne. Nella mia testa era tutto così romantico, delicato...romanzato. Ecco. Romanzato, favolistico potrei aggiungere. 
E poi pensavo all'allattamento, a quel momento di scambio così unico e dolce, che quasi quasi nel mio immaginario si trattava di un attimo immobile, quasi dipinto, senza null'altro a far da cornice se non lo stucchevole dondolio delle mie braccia che facevano su e giù.
Cosa c'entra la favola in tutto ciò.
La mia mente non era minimamente preparata alla realtà. Tutto di me, ogni fibra, immaginava una scenetta solo tenera e profumata di borotalco, non considerava minimamente l'eventualità che le cose non fossero esattamente così. 
La morale di questa favola?
Quando è nato mio figlio ho avuto una doccia fredda terrificante. Terrificante è un termine esagerato? Be', no. E' il termine corretto, perchè da quel momento in poi ho conosciuto una delle emozioni più intense mai "inventate": la paura.
Era andato in gloria il profumo di borotalco, e quella statica romanticità che immaginavo si trasformava sempre più in un violento caos di sensazioni, emozioni e imprevisti.
La voglia che mio figlio restasse neonato più a lungo possibile si trasformò all'istante in terrore che potesse essere così fragile e indifeso, e la voglia matta di vederlo crescere e diventare più forte, più autonomo e più comunicativo mi invadeva senza sosta.
Avevo immaginato un bambolotto. E invece ero alle prese con un essere umano, di cui ero, tra le altre, diretta responsabile.
Praticamente un disastro. Sono stata un disastro. E non nelle competenze, in quelle credo di essermela cavata, ma nell'impatto che la nascita di un bimbo ha avuto sulla mia emotività.
A prescindere dal fatto che io fossi cosciente o meno di quello che mi attendeva (ogni mamma alla sua prima gravidanza non sa che vuol dire diventare genitore), quello che mi rompe ancora ammettere è che non potevo credere che davvero fosse tutto solamente romanticismo, batuffoli e fiocchi. Ho vissuto nel mondo delle beneamate patate lesse per troppo tempo, ho avuto un imprinting troppo smielato nei confronti della vita, non mi sono fatta la scorza, non ho seminato realismo, ho solo immaginato che i bambini fossero il dono più bello del cielo, trascurando il dato realtà. Ovvero dolore, ansia, sangue, preoccupazione e tanta tanta pazienza. 
Sono immensa gioia, mica dico no, ma mista a fisiologica matericità. Proprio quella che non avevo calcolato. Proprio quella che mi ha spazzato via la favola dagli occhi cacciandomi dritta dritta nella realtà, nel presente. Ed ero totalmente impreparata. Non alla maternità, non a soffrire il dolore del parto, non a veder piangere mio figlio senza capirci una mazza. A quello ci ero arrivata. Ma ad accettare che quella era la realtà. Non il borotalco. E se quella era la realtà non doveva affatto spaventarmi, perchè non era anomalia, la mia, ma normalità. 
Se una passa mesi a farsi un film errato, e poi la vita ti sbatte in faccia una cosa ben diversa, come minimo resta spiazzata. Ma poi si connette e va avanti. Io invece mi sono sentita impreparata, in difficoltà, in continuo stato di fibrillazione. E tutto perchè quello che accadeva era diverso dall'immagine che la mia mente aveva costruito. 
Ecco. 
Per me, è tutta colpa delle favole!
Quando è nata Aurora, o Biancaneve, non scrivevano che la regina stava di fuori i primi mesi. Scrivevano che era solo felicissima. Che la bimba era la gioia più grande per un intero regno e tutti festeggiarono per mesi. Nessuno ha scritto che è un delirio l'arrivo di un bambino! E soprattutto, nessuno mi aveva detto che il delirio è normale. Non deve turbare. Calma. Relax.
E ma, col secondo figlio non mi faccio fregare.

Mary Cassatt, The caress. 1891


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