Quando il primo anno di università mi trovai di fronte alla scelta della lingua straniera, venne spontaneo pensare all'inglese perchè l'avevo studiato al liceo. La parte di esame dedicata alla lingua l'avrei fatta con una certa facilità e la parte monografica relativa alla letteratura sarebbe stata più familiare di qualunque altra straniera.
Ma scelsi il francese. Mai studiato.
Non avevo idea di come funzionasse, ma lo scelsi.
Il merito di questo colpo di testa da sbruffona è in parte delle tempistiche comode: il primo anno non badavo troppo al sodo, non avevo la scadenza della laurea incombente, avevo appena varcato la soglia di questo nuovo universo fatto di scelte autonome e ispirazione.
Inoltre, avevo letto nel programma dell'esame di francese che quell'anno la parte letteraria era dedicata allo studio di Proust e alla lettura della sua opera più grande e, non a caso, nota: À la recherche du temps perdu.
Avevo ascoltato un passo di quest'opera un anno primo, letto dal mio prof. di Lettere, e memore del fascino immediatamente suscitato, non ebbi grossi dubbi. Volevo saperne di più.
Il V anno del liceo è un anno un po' strano, c'è la corsa verso gli esami e certi argomenti devi proprio trattarli, per cui molto spesso si accenna soltanto ad alcuni autori o periodi, quando in realtà andrebbero vivisezionati.
E' il caso di Proust.
In una affannosa corsa contro il tempo, nella primavera del 1997 il suddetto prof. accennò, tra le altre, allo Stream of consciousness, e fra i casi letterari legati a questa tecnica di linguaggio (e poi di scrittura), venne fuori il nome di Proust.
Inizio col dire che la tecnica in sè mi è molto familiare, per questo credo che l'argomento catturò all'epoca tutta la mia attenzione.
Lo Stream of consciousness non è altro che il flusso delle parole e dei
pensieri così come affiorano alla bocca, e dunque alla penna, senza
l’organizzazione mentale della sintassi e della logica. Senza filtri.
Dovrebbe essere lo stile comunicativo della nostra coscienza quando le
permettiamo di esprimersi.
Pur non essendo parente di Proust, nè pro pro pro nipote di Joyce, mi sono sempre trovata "comoda" in questa forma. Per questo non amo le frasi minime e adoro saltare di palo in frasca. Devo tuttavia moderarmi perchè non posseggo le doti lettararie dei miei fanta antenati (!) e quindi rischio di fare un pasticcio. A scuola se scrivi così ti mettono 3...4 se sei rimasto nella traccia!
Ma se scrivo per me, scrivo così. A volte punteggio poco, male, non punteggio affatto. Lascio che i pensieri svarionino con Bamby nelle praterie. In questo la tastiera aiuta perchè sta più o meno dietro ai pensieri.
Ma non andiamo fuori tema. Appunto.
Quando ho iniziato a leggere Alla ricerca del tempo perduto sono stata rapita da questo tipo di scrittura. E' una magia senza interruzione, si entra nel mondo narrato senza mai aver voglia di cercare una porta di servizio. I pensieri entrano ed escono dalle pagine, con naturalezza.
Ma veniamo al dunque.
Trovo che ci sia una certa relazione tra una ricerca del tempo perduto e la scoperta delle serendipity. La ricerca volontaria non ci interessa in questa sede. Quella che trovo parecchio interessante è la ricerca involontaria. Ovvero: il ritrovare aspetti del passato che la memoria aveva archiviato, all'improvviso. Tu fai altro, e loro: pouf! Appaiono. Invadono. Ti catapultano.
Se mai è capitato di udire una musica, sentire un profumo, assaggiare un gusto, così, distrattamente, ritrovandosi d'improvviso in un altro tempo e in altro luogo, be', questa è una scoperta, inattesa. Non sapevi di possedere questo cassetto, non immaginavi di aver conservato questo ninnolo, era dimenticato. Ma non perso. Non credo che la serendipity si leghi necessariamente a orizzonti sconosciuti. Secondo me il recupero di uno scampolo di vita senza averlo minimamente evocato, è una scoperta, involontaria. Dunque, una serendipity.
In che senso? Come?
Devo citare.
Quando ho iniziato a leggere Alla ricerca del tempo perduto sono stata rapita da questo tipo di scrittura. E' una magia senza interruzione, si entra nel mondo narrato senza mai aver voglia di cercare una porta di servizio. I pensieri entrano ed escono dalle pagine, con naturalezza.
Ma veniamo al dunque.
Trovo che ci sia una certa relazione tra una ricerca del tempo perduto e la scoperta delle serendipity. La ricerca volontaria non ci interessa in questa sede. Quella che trovo parecchio interessante è la ricerca involontaria. Ovvero: il ritrovare aspetti del passato che la memoria aveva archiviato, all'improvviso. Tu fai altro, e loro: pouf! Appaiono. Invadono. Ti catapultano.
Se mai è capitato di udire una musica, sentire un profumo, assaggiare un gusto, così, distrattamente, ritrovandosi d'improvviso in un altro tempo e in altro luogo, be', questa è una scoperta, inattesa. Non sapevi di possedere questo cassetto, non immaginavi di aver conservato questo ninnolo, era dimenticato. Ma non perso. Non credo che la serendipity si leghi necessariamente a orizzonti sconosciuti. Secondo me il recupero di uno scampolo di vita senza averlo minimamente evocato, è una scoperta, involontaria. Dunque, una serendipity.
In che senso? Come?
Devo citare.
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