lunedì 11 febbraio 2013

REAL...TIME *

Mi sento in dovere di spezzare una lancia in favore della realtà.
Quante volte siamo stati dotati da un elfo di poteri straordinari, da una fata di un abito strepitoso, da un gatto di case da duemila metri quadri? Quante volte al nostro undicesimo compleanno abbiamo scoperto di possedere un cospicuo conto in banca di cui non conoscevamo l'esistenza e ci è stato detto (nelle stesse ventiquattr'ore) che eravamo capaci di poteri magici? Chi mai è riuscito a uscire vivo dalla pancia di un lupo addormentato, o ha resistito una vita convivendo con due sorelle odiose senza strappar loro la lingua? 
Ecco.
Non voglio dire nessuno. Ma di certo non è così che accade nella vita al di fuori del C'era una volta, almeno per il novantanove virgola novantanove periodico per cento delle volte.
Ecco.
La forza delle favole è nella strabiliante consapevolezza che, prima o poi, accade qualcosa che salva l'eroe, che lo redime, che lo guida, che lo fa diventare ricco, che gli insegna la morale (della favola, per l'appunto). E allora la lettura è maledettamente comoda. Tanto alla fine l'elemento sorpresa salva le chiappe al nostro protagonista, o quantomeno gli permette di salvare il salvabile. 
E noi??
Noi poveri lettori?
Ci hanno insegnato che dalle favole si traggono insegnamenti, di qui la truffa della cosiddetta funzione pedagogica. Così non ci sentiamo sfigati se non arriverà mai una fata madrina a vestirci di tutto punto per correre all'appuntamento con la vita. Era una metafora, santa pazienza! Una traslazione! E poi non dite che non ve l'avevo detto nella prefazione...
E dunque veniamo alle categorie di lettori che possiamo incontrare dopo questa premessa:
  • I lettori comuni chiudono il libro, ci pensano su dieci secondi, e archiviano. 
  • Il lettore "realista" non legge affatto le favole. Mica perde tempo con un espresso diretto in una scuola per magia! Roba da matti..
  • E poi ci sono io.
E, senza offesa per chi tiro dentro in questa faccenda, io le favole le ho lette sin da quando ho imparato a distinguere le lettere. E prima ancora costringevo mio padre a leggerne una quantità industriale, registrandosi, cosicché potessi riascoltarle senza sosta. Da grande ho abbandonato i tre porcellini e, giustamente, ho spostato la mia attenzione su un tipo di narrativa ben lontana dal neorealismo. E non perchè non mi piaccia, ma perchè amo perdermi tra le righe di faccende improponibili persino a una diplomatica "veridicità". Sarà per questo che amo scrittori come Baricco, un pasticcione della logica, un racconta bazzecole, un inventore di assurdità. Ma strepitoso. Una volta un caro amico mi disse che Baricco scrive un cumulo di cazzate, ma come le scriveva lui, nessuno riusciva a farlo. Verità assoluta. 
Amare la magia delle bazzecole è una malattia dalla quale, sono certa, non guarirò mai. Ci sono poche certezze nella mia vita. Questa è lapidaria.
L'arma indiscussa della letteratura è l'onnipotenza. Non ci sono regole, non ci sono limiti, non c'è logica, e non ci sarà mai nessuno che verrà a dirti: "...e però questa cosa non potrebbe mai accadere!". 
Tutto può accadere, tra le pagine di un libro.
E questo delirio di onnipotenza piace tantissimo a quei lettori appartenenti alla terza categoria, ovvero la mia. 
In questo gruppo di disperati rientrano tutti coloro che, pur credendo che la scarpetta di cristallo non esisterà nè mo nè mai, si lascia crogiolare dolcemente nelle narrazioni improbabili, perchè hanno quel nonsocché di poetico, di magico, di attraente.
E poi, e qui veniamo al dunque, leggere di mondi paralleli e lasciarsi cullare dall'impossibile ha una gran dote: ti catapulta. 
E' per questo che amo leggere: adoro la catapulta!
Lasci il terreno, e inizi a volare altrove. E' l'atrove che mi attira. Quell'altrove dove, non solo tutto ha una sua legittima dignità, ma dove tutto accade senza rispondere necessariamente alla regole di causa ed effetto. Dove la poltrona su cui sei adagiato scompare per lasciare il posto a quello che più ti pare.
Per coprirmi di ridicolo ci tengo a citare un esempio su tutti: quando il sei Gennaio del 2009 è uscito l'ultimo capitolo della saga di Harry Potter ero in fibrillazione, non ero più nella pelle, anelavo da anni la conclusione dei fatti...
Eppure...eppure.
Faccio una piccola riflessione...
Come ogni domenica mattina di ogni santa settimana della mia vita, invece di godermi il dì di festa, ho perso tempo a pensare che l'indomani sarebbe stato Lunedì, e tanti saluti al week end.
Cioé, fuori dalla banalissima metafora, ero un fascio di nervi, tesa come una corda di violino, perchè nonostante bruciassi dalla voglia di cominciare a leggere, ero già in pena al solo pensiero di salutare per sempre il mio amico Harry. 
Harry Potter è stato il romanzo che, su tutti, è riuscito a compiere totalmente quell'astrazione dalla realtà che ho sempre cercato nella lettura. A giusta ragione direi, e non ho fatto poi tanto sforzo.
Lasciare la lettura di Harry Potter perchè la saga era terminata mi ha gettato in uno sconforto esagerato! Lo confesso. Esagerato. Proprio inutile. Una giornata intera passata in pigiama a compiangermi.
Avevo perso la mia sostanza stupefacente.Volevo potermi sganciare dal terreno quando ne avevo bisogno, e ora mi sarebbe toccato cercare una saga altrettanto fuori di testa.
E così sono rimasta sotto per giorni.
Normale?? Be', no.
E finchè siamo qui a parlare di normale o no, chi se ne frega se non rientro nella normalità.
Solo più tardi ho scoperto che rifugiarsi nella "disrealtà" non fa così bene come credevo. Ci sono momenti nella vita in cui non si è sempre lucidi per capire che se non arriva la fata smemorina a salvarti il culo inutile attenderla. Alza i tacchi e rimboccati le maniche. E io non sempre ho avuto l'intelligenza di distaccarmi dalla favola. A volte ho sperato che dopo qualche pagina sarebbe arrivato il colpo di scena. E invece nulla accadeva. E allora giù la delusione.
Altre volte ero convinta che di lì a qualche istante mi sarebbe caduta una bacchetta magica dal cielo. Ma le mani nude e crude erano l'unica arma efficace contro la realtà.


E' il caso di viverla, questa realtà. Senza attendere l'oggetto magico o l'aiutante dell'eroe (tutti topoi che truffano il lettore ingenuo), ma dandosi una mossa, graffiandosi e restando tramortiti dalla fatica.
Perchè il C'era una volta di bello è bello. Ma la volta buona è proprio quella che ho sotto il naso, che mi piaccia o no.

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